Fondazione Gobetti – Centro Di Servizi Alla Persona

Oggi ho avuto l’onore di portare il mio contributo al convegno “Alzheimer: bisogno sociale, responsabilità collettiva”, ospitato nella splendida Sala …

Oggi ho avuto l’onore di portare il mio contributo al convegno “Alzheimer: bisogno sociale, responsabilità collettiva”, ospitato nella splendida Sala dei Cento Giorni del Palazzo della Cancelleria Vaticana a Roma.

Desidero anzitutto esprimere un sincero grazie a Massimo Angelellie a tutto CEI Ufficio Nazionale pastorale della salute per aver promosso un momento di confronto di altissimo valore scientifico, culturale, ecclesiale e umano. Occasioni come questa aiutano a guardare oltre l’emergenza e a costruire una visione condivisa.

Nel mio intervento ho provato a condividere una convinzione maturata negli anni accanto alle tante opere delle ADOA presenti nelle Chiese locali italiane.

Credo che una delle sfide del nostro tempo sia far riportare al centro del confronto pubblico la salute ed il benessere delle persone più vulnerabili.

Per questo ho suggerito con semplicità: basta contrapporre il caregiver familiare al caregiver istituzionale. Basta permettere che il “samaritano” sia contrapposto all’ “albergatore” , quando invece nel Vangelo viene proprio dal loro rapporto di fiducia la salvezza dello sventurato.
La narrazione della contrapposizione che viviamo in questi mesi non aiuta nessuno e rischia di lasciare ancora più sole le persone con Alzheimer e le loro famiglie.

Non servono schieramenti.
Servono alleanze.

Il familiare offre ciò che nessun servizio potrà mai sostituire: l’amore, la storia condivisa, la presenza quotidiana, la tenacia. Il professionista della cura territoriale porta competenze, formazione, organizzazione e continuità di cura. Insieme, e non uno contro l’altro, diventano una risposta capace di restituire dignità, serenità e speranza.

Le opere associate alle Associazioni Diocesane delle Opere Assistenziali (ADOA) cercano ogni giorno di testimoniare proprio questo. Senza alcuna finalità di lucro, scelgono di abitare la fragilità, di farsi prossime, di costruire reti in cui nessuno venga lasciato solo. Comunità dove la professionalità incontra la fraternità e dove la cura diventa una responsabilità condivisa.

Papa Francesco ci ha insegnato, e Papa Leone lo ha confermato: “siamo fratelli tutti in questa magnifica umanità “. Forse è proprio questa l’immagine che oggi dobbiamo custodire anche parlando di Alzheimer: non persone che semplicemente si dividono i compiti, ma una comunità che rema nella stessa direzione.

Il futuro non sarà costruito da strutture sempre più grandi o da tecnologie sempre più sofisticate, se prima non sapremo generare comunità sananti: dense di relazioni, vive, vitali, coraggiose. Comunità capaci di riconoscere in ogni persona fragile un volto e mai un problema.

È questa, credo, la profezia di cui oggi abbiamo bisogno: una società in cui nessuno si limiti ad assistere, ma tutti imparino a prendersi cura gli uni degli altri.





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